Un Barista (Dietro a ogni bancone c’è un filosofo corpulento) I

Grazie ad Andrei che ha disegnato la perfezione fatta barista e ha riempito le bottiglie di messaggi subliminali.
Il fondo del bicchiere è il cannocchiale dello sbronzo: attraverso il dito di vetro bagnato si vedono mondi traballanti, come dalla coffa di un veliero.
Da piccolo volevo fare il capitano dei pirati, ma mio padre mi diceva sempre: “Meglio che oscilli tu piuttosto che le assi sotto i tuoi piedi”. Era un uomo molto saggio, specialmente dalle sei di mattina alle sei di sera.
A 8 anni si impegnò per il mio futuro, garantendomi il sacrosanto ottavino di rosso a pasto. Per la crescita.
A 12 anni, grazie ad un’attenta educazione, ero in grado di elencare 75 diversi tipi di birra con relativo bouquet olfattivo e abbinamenti gastronomici, conoscevo a menadito le tappe tradizionali della fermentazione, le 7 perfezioni teutoniche della schiuma, la classificazione lievitometrica di Burgundinger, le ricette delle Birre Nobili Trappiste nonché il segretissimo Metodo Erbrechen.
A 16 anni fui edotto sugli arcani dei superalcolici, con le dovute raccomandazioni, ed iniziai a fare esperimenti di distillazione rivoluzionari, usando elementi che spaziavano dalla resina di pino ai peli di topo.
A 20, avendo appreso tutto ciò che potevo nel mio paese, partii per un pellegrinaggio alla volta dei Templi dello Spirito.
A 24 anni infine, iniziai la mia attività, si badi bene, non solo commerciale, ma anche intellettuale.
Esatto, intellettuale. Avete mai fatto caso alla figura del barista? Avete mai osservato a fondo un locandiere? Ogni libro, ogni film, fumetto, filastrocca per bambini, cartone, yodel che parli della mia stirpe ci dipinge intenti in un unico, sempiterno gesto: quello di pulire bicchieri. Non è l’unico che facciamo, ma è quello che colpisce e caratterizza di più. Forse la ciclica rotazione dello strofinaccio ricorda a chi ci guarda l’eterno ritorno della storia? Forse la ieratica flemma con cui lavoriamo ispira serenità all’insicuro avventore? Fatto sta che nessuno riesce ad immaginarci altrimenti e, d’altra parte, noi non facciamo nulla per smentirci, popolo di santi, poeti e lucidatori di boccali. Ma ogni nostro gesto ha uno scopo ed è forse giunto il momento di rivelarlo.
Siamo i sacerdoti dell’ebbrezza, custodi della formula chimica C2H5OH, che andrebbe amata e temuta da ogni essere. Nella Genesi Apocrifa di Etanele, il settimo giorno Dio si riposò perché doveva riprendersi dalla Prima Ciucca del sabato sera, da allora giorno sacro per gli adepti di ogni luogo o tempo. L’alcool è una grande potenza del mondo: scopre l’anima nascosta di ogni uomo, perché di fronte ad esso Dioniso ha voluto renderci sommamente sinceri; l’ubriaco è un essere puro, spogliato della veste mortale che gli anni e gli altri gli hanno cucito addosso col filo della morale, nudo come unenne battezzando. Davanti ad un bicchiere (ma più spesso davanti a molti) ho visto uomini tanto nitidamente quanto mai le loro madri ne fossero state in grado, e a tutti ho sorriso da corsaro, come a fratelli e sorelle.
Ma come il dio toro che lo ha scoperto, l’alcool è ambiguo, suscita amore e violenza, letizia e depressione, può elevare o distruggere allo stesso tempo e va rispettato come un animale feroce.
Io, perenne nettatore di vetreria, presiedo i riti della notte: celebro con bottiglia e spillatrice per versare, con lo straccio per purificare la superficie usurata dei bicchieri e dell’animo, un colpo di spugna per assolvere qualche peccato. E nel frattempo penso, non al denaro, non all’amore ne’ al cielo, ma penso pensieri grandi, tondi e malfermi, ma grandi, mentre lucido. Quanta filosofia nascosta nei pub.
A volte entra un poeta, che riconosco perché ha qualcosa nello sguardo che mi dico “è un poeta”, e so che si prepara a scrivere qualcosa in cui lui è in un bar e c’è il barista di turno che pulisce i bicchieri come solo lui sa fare, sorride col suo sorriso da barista e versa da bere come fanno i baristi e ha quel modo da barista di chiedere “liscio o on the rocks?” che è comune a tutti i baristi da Edinburgo a Calcutta, e da buon barista capisce parecchio di chi sta seduto al di là del bancone.
Allora lo faccio contento, pulisco i bicchieri, sorrido, verso da bere e capisco parecchio di lui, per esempiio che è un poeta e che vuole scrivere qualcosa in cui c’entrano baristi e boccali lucidi. Mi piacciono i poeti. Molti di loro sono o saranno miei clienti, molti lo sono stati. Assiduamente. Spesso sanno dire cose interessanti, anche se non sui baristi, perché guarda caso scrivono sempre e solo che lustriamo bicchieri, però lo scrivono bene.
A parte Bukowski, che scriveva di merda ma aveva un gran fegato. In tutti i sensi.
Spesso, diceva mio padre, un grande fegato deve essere alimentato da un cuore di dimensioni proporzionali. Non è un metodo infallibile, ma la mia simpatia frequentemente va di pari passo con la lunghezza della barba e il tasso alcolemico, e non solo perché significa che vendo di più. In Giappone bere è considerato un dono per gli amici; il mio genitore, buonanima, mi ha sempre consigliato infatti di non fidarmi di un uomo che si fermi alla terza media. Ovviamente non nel senso di scuola.
~ di elle the quail su aprile 20, 2011.
Pubblicato in Prosa
Tag: boccali lucidi, filosofia, pancia da birra, sapienza alcolica, un barista

dalla futura raccolta “racconti per chi se li merita davvero anche se non li caga mai nessuno”, l’idea platonica di barista che parla in prima persona. part uàn.
dedicato a budo e alle sue storie di vita vissuta in modo poco sobrio, eterna fonte d’ispirazione XD
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arsenio bravuomo » Un Barista (Dietro a ogni bancone c’è un filosofo corpulento) I « doveosanolequaglie ha detto questo su aprile 20, 2011 a 5:25 pm |
campare di campari. ahahah, bellissimo!